Nanda Vigo

Alessandro Mendini, 2004

Mi piace chiamare “abitacoli” certi spazi ad alta concentrazione estetica e psichica, grandi o piccoli, da non confondere né con i luoghi funzionali dove vivere una normale vita, né con le capsule spaziali od altro.
Sono ambienti, invece, spesso e magari abitativi, ma il cui vero obbiettivo intellettuale è quello di ottenere ed estrarre da essi una meraviglia umana, con una meticolosa applicazione del linguaggio estetico. “Abitacoli” come Wunderkammern, insomma, spazi di sintesi geometrica, mentale e artistica. Spazi come luoghi d’eccezione, installazioni, “stages” mirati a produrre una esperienza esistenziale particolare alla persona coinvolta. Maestri di queste acrobazie, svolte con strumenti forse opposti, sono stati a mio avviso prima Carlo Mollino, e poi oggi Nanda Vigo. L’intensità architettonica e percettiva che identifica e che ha spesso caratterizzato gli ambienti progettati da Nanda Vigo durante tutta la sua opera, è fra le più acute che io conosca nella storia dell’arredamento italiano degli ultimi decenni.
Certo anche il grande Gio Ponti aveva fatto “abitacoli” mirabili ed esemplari. Ma sempre in lui prevaleva un obbiettivo pragmatico di design, di decorazione e di metodo. Così come in Sottsass esisteva un obbiettivo zen. Mentre in Mollino e Vigo l’utopia da perseguire è sempre stata solo quella artistica e psichica, quasi drammaticamente. Per Vigo gli ambienti cronotopici, quelli monocromatici (bianco-nero-giallo), gli stimolatori di spazi (specchi, piramidi, neon, vetri, tulle) i recenti sensibilissimi, mistici e politici coinvolgimenti etnici. Il percorso di Nanda attraversa le correnti prima dell’arte e poi della geografia, scardinando la struttura borghese delle gallerie d’arte o dei begli appartamenti di collezionisti milanesi, per riproporla sub specie rigorosamente estetica - “Appartamenti d’arte”. Dove la fruizione vede divenire l’abitante personaggio collocato nel mezzo di una scena emotiva, un attore reattivo agli stimoli dei particolari effetti di luce-colore-forma-materia elaborati per lui da Nanda Vigo.
Mi vengono qui da citare, magari di sfuggita, Vittoriano Viganò e Andrea Branzi. In questa sua scenografica progressione, in questa sua visione dura e assieme molle, Nanda elabora la catena delle sue invenzioni espressive, intrecciate col bisogno di lontananza e di deserto, con le frequentazioni di diverse culture primitive, con il neo, il post-design italiano e il gruppo Alchimia.
E questa aperta metodologia, giocata in isolamento ma con molta tenacia nella giungla d’asfalto del progetto contemporaneo, ripaga ampiamente Nanda, a mio avviso, visto il continuo e aggiornato livello della sua opera.
Carlo Mollino, dicevo: per lui l’abitare era una performance esibizionista e snob, una concezione eccentrica ma iper-borghese di enunciare e assieme di negare le regole estetiche dell’arredo. Nanda Vigo: per lei l’abitare è una performance concettuale, che scavalcando l’impianto funzionale dell’arredo lo ripropone in quanto scultura abitabile. Entrambi poi grandi e geniali inventori di specchi, amanti della doppiezza e della freddezza delle lastre di specchio, entrambi esasperati dalla enigmatica presenza delle immagini che lo specchio ci restituisce, ci mostra , ma non ci concede.